DOS & DON'TS














FOTO E TESTO DI LUCA GABINO


o visto con i miei occhi bambini tra i 5 e 10 anni che lavoravano in baracche senza ventilazione, con gente che bruciava di tutto, dalle parti di metallo dei computer fino ai cavi per recuperare il rame. Quando il PVC e il materiale isolante al bromo intorno ai cavi bruciano rilasciano grandi quantità di diossina e furano, due degli agenti inquinanti più forti e resistenti nel tempo. Di conseguenza il fiume locale è così contaminato che i livelli di acidità sfiorano il 100%. L’acqua contiene qualcosa come 2.400 volte la quantità di piombo consentita, e non è certo un segreto. Il fiume è letteralmente nero, per i toner delle stampanti e per le schede madri bruciate che ci vengono lavate dentro. I toner contengono il nero carbone, un noto agente cancerogeno, ma gli abitanti si lavano in quel fiume, ci fanno il bucato e ci pulivano anche il cibo. Sopra l’acqua ristagna un’aria densa di fumo. Nella zona la terra è così intrisa di veleni che non ci cresce nulla. Tutto il cibo e l’acqua da bere vengono importati da fuori città.

Il mio terzo giorno a Guiyu sono riuscito a farmi portare alla discarica principale. Le montagne di pezzi di computer che avevo visto fino a quel momento erano niente rispetto a quello che mi aspettava. Le strade erano sempre bloccate dal passaggio di camion, moto, e persino muli che trasportava parti da “riciclare”. Era un inferno. Denso fumo nero copriva la città come una tempesta. Persino respirare faceva male.

Mi ero fermato a fare delle foto, quando una donna furiosa si è materializzata all’improvviso e ha cominciato ha inseguirmi con la sua scopa, cercando di prendermi la macchina fotografica. Non volevo trovarmi in una situazione problematica in una discarica illegale nella Cina meridionale, per cui sono ritornato alla macchina di corsa. Lei mi ha inseguito, sventolando la scopa come una mazza da baseball e picchiando sui finestrini. Ha rotto il vetro. Era accecata dalla furia, ha infilato la scopa nel parabrezza e ha cominciato a colpirmi sulla testa.

Allora è arrivata la polizia, per—ho pensato ingenuamente—salvarmi dalla pazza. Mi sbagliavo di grosso. Mi hanno ordinato di rimanere nella macchina mentre interrogavano tutti i presenti tranne la donna, a cui hanno permesso di tornarsene tranquillamente nella sua baracca. La gente si affollava intorno alla macchina e mi fissava come se fossi una bestia rara. Dopo un po’ la polizia ha detto al mio autista di seguirli al comando, dove mi hanno interrogato per un’ora con l’aiuto di un traduttore. Gli ho detto che ero uno studente universitario in vacanza. Avevo già nascosto i rullini buoni, così gliene ho dati alcuni di quelli mal riusciti. Mi hanno lasciato tornare all’albergo, guidato dal povero tassista con il parabrezza spaccato.

Qualche giorno dopo ho sentito bussare alla porta. Era la polizia, di nuovo. Mi hanno riportato al comando, dove sono stato interrogato da sei poliziotti. Ero convinto che mi avrebbero ucciso. Dopo aver ripetuto la stessa storia per un’ora, li ho convinti che ero solo uno studente in vacanza. Mi hanno creduto! Fino a quando il proprietario dell’hotel gli ha fatto vedere la mia carta d’identità. Alla voce professione, c’era scritto “fotografo”. Ooops. L’interrogatorio è ricominciato. Io ho fatto il finto tonto, gli ho detto che ero solo uno studentello che faceva il fotografo dilettante e che non avevo idea di cosa c’era nella loro città. Dopo tre ore alla fine mi hanno rilasciato, e mi sono levato dai coglioni in fretta e furia. Non ci tornerò mai più.

LUCA GABINO


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