TESTO DI OTTESSA MOSHFEGH, FOTO DI BEN RITTER


a scorsa estate ci trasferimmo in una casa in un quartiere abbastanza malfamato. Il giorno in cui arrivammo, uno dei vicini mi chiese quanto avevo pagato per affittare il camioncino per traslochi. Le risposi, e lei disse, “Devo assolutamente andarmene da qui. Devo portare mia figlio lontano da questo posto. Benvenuta nel quartiere.”

Con il tempo, divenne chiaro che la casa di fianco alla mia era un covo di drogati. C’era un costante viavai di persone completamente distrutte, su e giù per le scale, c’era vomito proiettato fuori dalle finestre, immondizia ovunque, e carrelli del supermercato spinti giù per le scale, pieni di calce, per divertimento. Li potevi sentire urlare e piangere e ridere e prendersi a botte attraverso i muri. Ho poi sco-perto che si trattava di un gruppo di crackomani che stavano così tanto nel palazzo da aver ottenuto il diritto di occupazione. Non potevano sfrattarli. Sono famosi dalle nostre parti perchè si trasferiscono in massa nei palazzi che vengono venduti o costruiti, come uno stormo di papere drogate.

Intorno a novembre, smisi di bere e mi venne l’insonnia. I nostri “vicini” suonavano musica davvero alta ad intervalli imprevedibili per tutta la notte e questo mi riempiva di odio cristallino. Il mio dottore mi fece una ricetta per il Trazodone—una specie di sonnifero—e iniziai a usare i tappi per le orecchie. Pensavo di aver risolto il problema.

Poi un venerdì notte andai a coricarmi. Era tutto tranquillo. Le pillole fecero effetto e dormivo come un macigno quando alle 3 mi sve-gliai di colpo. Sembrava che stessero uccidendo qualcuno nell’appartamento di fianco, “Ti ammazzo stronzo”, urlava una donna, “Se mi ammazzi ti vengo a prendere all’inferno e ti ammazzo io, puttana!”, urlava l’uomo, tutta roba così, e si sentiva il rumore di botte e di calci e di cose che sbattevano contro i muri. Poi i rumori iniziarono a scendere dalle scale, e poi sembrava che venissero dal tetto di casa mia. Mi alzai definitivamente. Ancora sotto effetto, aprii la porta di camera mia, che è all’ultimo piano. Venni subito investita da una brezza gelida. Dei raggi di luna m’illuminavano dall’alto. Alzai gli occhi e vidi un buco dove doveva esserci la porta per il tetto. Vidi l’eclissi avorio della luna, e placidamente pensai, “Un tossico è entrato in casa mia dal tetto, strappando la porta, e ora è in piedi, dietro di me, tenendo un coltello da cucina. Metterà una mano sopra la mia bocca per bloccare le mie urla e con l’altra mano avvicinerà il coltello alla mia gola e mi aprirà la trachea lentamente mentre mi trascinerà in camera dal letto per tagliarmi la testa e stuprarmi. Poi scenderà le scale e farà lo stesso alla mia coinquilina. Poi ruberà il mio computer e il mio lettore DVD e se ne andrà lasciando la porta aperta.” Aspettai un minuto per vedere se avevo ragione. Non accadde nulla. Ero ancora molto fatta di Trazodone.

Arrivai al piano di sotto e bussai alla porta della mia coinquilina. “Dovremmo chiamare la polizia. I vicini si stanno ammazzando e penso ci sia qualcuno dentro casa nostra.”

“La polizia è già qui fuori,” mi rispose.

Guardai fuori dalla finestra e notai che c’erano almeno tre volanti parcheggiate davanti a casa, con un gruppo di poliziotti appoggiati al portico di casa. Ricordate che ero fattissima di Trazodone.

Aprii la porta e dissi, “Ehi, potete entrare qui? Qualcuno ha rubato la porta del nostro tetto.”

Fra l’altro era anche inverno e faceva molto freddo.

Dopo dieci minuti entrarono due poliziotti, che si rivelarono due fra le persone più stupide che io abbia mai incontrato. Penso che fossero ritardati. Erano grassi, e non facevano altro che sbuffare e lamentarsi mentre si arrampicavano su per due piani di scale per ispezionare il tetto.

Uno disse, “Come fa a sapere che non c’è la porta del tetto?”

Eravamo in piedi direttamente sotto al buco nel soffitto.

“Come fa a sapere che non era già sparita quando è arrivata a casa?”

“Secondo lei perchè gliel’hanno portata via?”

“Lei è stata sul tetto stasera?”

Tutto quello che riuscì a scucirgli era che stavano rispondendo a una chiamata per violenza domestica nella casa accanto.

“Potreste confermare che non ci sia un pazzo assassino sul tetto?”

“Vuole farci salire li sopra?” Si comportavano come se li stessi costringendo a lavorare.

E continuò così per venti minuti, loro che sbuffavano e si guardavano a vicenda e io che cercavo di stare sveglia dal Trazodone, che stava per farmi vomitare, e poi altri dieci minuti con la coinquilina che cercava un mobile da poter mettere sotto il buco per fargli mettere le spalle ad altezza tetto. Tutti i nostri mobili erano talmente fragili che si sarabbero frantumati sotto il peso di una metà di uno di loro.

Poi dal nulla se ne esce un superpoliziotto, correndo su per le scale. Alto due metri e mezzo, bellissimo, con due braccia grandi e mu-scolose.

“Qual’è il problema? Uno dei tossici ha rubato la porta del suo tetto?”

“Si!”

E in cinque secondi si era arrampicato sul tetto e stava perlustrando con una torcia.

“Non c’è niente quassù.”

E poi scende. Affascinante, bellissimo—Cristo santo. Davvero. “Non preoccuparti dei tossici. Sono troppo fatti per farti del male. Magari ti rubano la porta del tetto e poi si dimenticano di averlo fatto. Dovresti chiamare un falegname domattina presto.” Ed era fatta.

Un paio di mesi dopo i tossici vennero butto fuori dalla casa alla nostra sinistra, e si spostarono nella casa alla nostra destra. Il crackomane capo è un vecchio tizio serio che di nome fa Slim. Ogni tanto passa a salutarmi e io mi lamento dei rumori. Poi c’è Don Juan. Mi offrì della Polvere D’Angelo quando gli dissi che mi avevano licen-ziata. Per qualche ragione m’inventai una malattia. “Ho una malattia del sangue”, gli dissi. Lui rispose, “Guarda le mie mani!” E le tirò su. Erano enormi! Mostruosamente giganti. Tipo grosse due volte la sua testa, come dei pesi che si trascina in giro tutto il girono. Poi mi ha detto che stava morendo di cancro. Mi ha anche detto che c’era una telecamera davanti a casa loro, che registrava tutto—tutto quello che succede al mondo. Ha detto di passare da lui, che avremmo potuto diventare amici. Prima di scrivere queste righe sono andate alla loro porta, ho bussato e bussato, ma non ha risposto nessuno.

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He’s doing such a perfect imitation of the guy who’s “over it” and doesn’t have a CD player or a TV that you want to have him over just to hear how “bourgeois” your appliances are.
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We love these East Village tweakers who broadcast public-access TV shows from their mother’s living room in Alphabet City. They are the real New York, and the neighborhood would suck without them. Never go away, Crimson Bernie!
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