Un pakistano e suo figlio su un carro a forma di bomba nucleare durante una parata a Karachi per il quarto anniversario dell’atomica pakistana, maggio 2002. Foto di Getty





nsomma provi paura, ma vai comunque a lavorare sul campo.

Sì, ma a volte m’immagino Tony Blair che guarda una videocassetta con me che lo imploro di ritirare le truppe inglesi dall’Iraq per scongiurare la mia decapitazione. Cosa direbbe? “Mhhh… povero vecchio mio”. Dopo tutto quello che ho scritto di lui, non credo che muoverebbe un dito per salvarmi!

Ti dovresti ritenere fortunato anche solo a essere vivo.

Quando è uscito il mio secondo libro, il mio editor mi ha comprato una bottiglia di champagne—non per festeggiare il lancio del libro, ma per festeggiare il fatto che ero sopravvissuto a tutte queste cose. E’ vero, sono stato molto fortunato. Mi ricordo la così detta battaglia di Fish Lake durante la guerra Iran-Iraq degli anni 80. Mi trovava tra le linee iraniane. Gli iracheni stavano bombardando duramente. Mi ricordo un giornalista inglese che si trovava lì che diceva, “Non credo di poter sopportare un altro giorno come questo.” Quando siamo arrivati alla fine della trincea, una guardia rivoluzionaria mi ha portato sulla linea del fronte e da lì si vedevano in lontananza le luci dello Sheraton di Bassora. Le pallottole fischiavano come vespe, ma in un momento come quello ti rendi conto che la morte è così vicina che non ne hai più paura.

Ma perché credi che sia così importante correre questi rischi per raccontare le zone di guerra?

In nome della verità storica, ma anche perché nessuno in futuro possa dire, come successe per l’Olocausto, “Non sapevamo. Nessuno ce lo aveva detto”. Scriviamo del Medio Oriente semplicemente perché la gente deve sapere cosa succede laggiù.

Secondo te, qual è la più grande minaccia della zona al momento?

Il Pakistan.

Wow, non hai esitato neanche per un secondo.

Terry Anderson, capo-redattore dell’AP a Beirut, dopo esser stato rapito da militanti Sciiti Hezbollah Foto di Getty
Ci dicono che il più grande pericolo è l’Iran, ma sono cavolate. La storia della crisi nucleare iraniana non sta come molti credono. All’inizio fu lo Scià di Persia, che doveva essere il nostro poliziotto nell’area del Golfo—il nostro migliore alleato—a volere gli impianti nucleari. Praticamente siamo stati noi a darglieli. La centrale nucleare di Busher fu costruita dalla Siemens, una compagnia tedesca. Lo Scià andò persino a New York e rilasciò un’intervista alla CBS o alla ABC, non ricordo, in cui diceva, “Voglio la bomba atomica perché l’hanno gli americani e i russi”. Il presidente Jimmy Carter lo accolse a braccia aperte. Non c’erano problemi. In seguito, durante la rivoluzione islamica, mi trovavo a Teheran quando l’Ayatollah Khomeini disse, “Gli impianti nucleari sono opera del demonio”. Usò proprio la parola sheitan, che vuol dire “diavolo”, e disse “Li chiuderemo tutti”. E lo fece. Nel 1985, mentre Saddam devastava l’Iran con le armi chimiche che gli erano state fornite dagli Stati Uniti, gli iraniani dissero che sarebbero stati costretti a riaprire gli impianti nucleari perché temevano che la prossima volta Saddam avrebbe usato la bomba atomica contro di loro.

Comunque, sono convinto che il Pakistan rappresenti una minaccia di gran lunga peggiore per l’Occidente di ogni altro paese della zona.

Ho quasi paura di chiederlo, ma perché?

Perché è un paese musulmano pieno di talebani e di sostenitori di Al-Qaeda, perché ha la bomba atomica e perché è retto da una dittatura che potrebbe cadere in qualsiasi momento, e perché ha servizi segreti che ritengo sostengano attivamente i talebani e Al-Qaeda. Al momento il dittatore del Pakistan, il generale Pervez Musharaf, è un nostro amico, e quindi non ci sono problemi. E’ dalla nostra parte. L’Iran è il grande cattivo. Questo è quello che direbbero i miei colleghi giornalisti. Ma io dico che il Pakistan è il vero pericolo.

Ma puoi essere certa di una cosa: non bombarderemo mai il Pakistan, perché ha l’atomica. E’ la stessa ragione per cui non attaccheremo mai la Corea del Nord.

Qual è stato il più grande scoop della tua carriera?

E’ stato nel 1996, quando Israele bombardò il campo dell’ONU a Cana, nel Libano meridionale. 106 persone furono uccise, la metà delle quali bambini. Israele subito dichiarò di non essere a conoscenza che la struttura appartenesse all’ONU. Ma io riuscii a smentirli. Mi procurai un video dell’ONU in cui si vedeva un velivolo spia israeliano sorvolare il campo. L’ufficiale delle Nazioni Unite che me lo diede disse, “Te lo do perché i bambini che sono morti nel campo hanno la stessa età dei miei figli”. Il giorno dopo, sono tornato a Londra e ho chiesto a tutti i redattori anziani del giornale di vedere il video dell’aereo spia che sorvolava il campo mentre veniva bombardato. Si sentivano addirittura le voci degli ufficiali dell’ONU che urlavano, “Aiuto! Ci stanno bombardando!” La storia occupò le prime tre pagine dell’edizione del lunedì. La intitolarono “Un Video Inchioda Israele”. Rilasciai decine di interviste dopo che uscì il servizio, e spedimmo copie del video a tutti i principali network.


Uno dei tanti cadaveri dopo il massacro di Sabra e Shatila, Israele, 1982. Foto di Reuters

C’è una storia che più delle altre ti ha davvero cambiato la vita? Qualcosa che ti ha trasformato come persona?

Il massacro di Sabra e Chatila del settembre 1982. Passai tutta la giornata, il 18 settembre, a inerpicarmi su montagne di cadaveri di bambini, donne, uomini, persino cavalli. Le mie mani puzzavano di morte. Quel giorno mi sono detto, “Non ho più paura di essere insultato o etichettato come antisemita, razzista o cose del genere”. Non mi importava più quello che avrebbe detto la gente. Avrei affrontato chiunque avesse avuto il coraggio di dire che sono antisemita. Gli israeliani assistettero a tutto il massacro, e non mossero un dito.

Come gestisci lo stress del tuo lavoro?

[Ride] Odio la parola gestire, e odio quando chiedono ai giornalisti, “Come riesci a gestirlo? Hai bisogno di un sostegno professionale?” Cazzate.

Scusa.

La gente qui soffre, e viene uccisa nei bombardamenti—loro hanno bisogno di supporto. Noi no. Siamo anche ben pagati. Possiamo tornare a casa in business class se vogliamo.

Riformulo la domanda. Come ti rilassi?

Ascolto musica. Ho l’opera completa di Bach. Leggo molta poesia. Leggo Shakespeare. Mi viene sempre in mente una straordinaria poesia di W. H. Auden. Credo fosse intitolata “The Dictator”. Ovviamente era stata scritta pensando a Stalin, ma ho sempre pensato che si potesse applicare bene anche a Saddam. Dice, “Una sorta di perfezione era quello a cui mirava/E la poesia che inventava era facile da capire;/Conosceva la follia umana come il palmo della sua mano,/E aveva grande interesse per gli eserciti e per le flotte;/Quando rideva, venerabili senatori scoppiavano a ridere,/E quando piangeva, i bambini morivano nelle strade”.

Credo sia necessario tramutare la storia in arte per poterla capire davvero.

Il tuo lavoro influisce sulla tua vita privata?

Temo che la mia vita privata si chiami giornalismo. Non c’è molto spazio per altre cose.

KATIA JARJOURA


IL NOSTRO EROE | 1 | 2 |

COMMENTI










Wow, flip-flops, pajama pants, and the infamous crunched-up cowboy hat. That’s all there is. That’s all three. That’s like a girl being fat, ugly, and stupid.

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Hats are lame (we call them toques) but if you’re not all serious about it like a new dad and you’re wearing kind of a goof one it becomes a parody of hats which is good again. (Especially when you’re so hot you make a grown man cry.)

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