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![]() Il suo ultimo libro, Cronache Mediorientali, è un’epica cronaca di 1,200 pagine scritta dall’invidiabile punto di vista di un testimone diretto di tutti gli eventi storici descritti. E’ stato un caso editoriale in Inghilterra ed è già stato tradotto in otto lingue, tra le quali figura anche l’italiano. In due parole, non ci sono molte persone più indicate di Robert Fisk per una chiacchierata su… Beh, diciamolo: su questi nostri bei tempi di merda. Vice: Il lavoro del reporter è cambiato molto da quando hai cominciato 30 anni fa? Robert Fisk: Ma certo! Moltissimo. Dal punto di vista tecnologico, non avevamo i cellulari, non avevamo la comunicazione satellitare, dovevamo scrivere gli articoli via telex. Ne ho ancora uno a casa. Feci un corso di due anni a Dublino per imparare a riparare un telex. In seguito, mi trovavo a Kabul nel 1980, nel pieno dell’invasione sovietica dell’Afghanistan, sulla mia macchina da scrivere non funzionava la lettera A. Sono riuscito a ripararla e a mandare l’articolo in tempo. Anni dopo, nel 1993, mi trovavo in Bosnia e cercavo di trasmettere un pezzo via satellite, ma c’era una scritta sul computer che lampeggiava: “Total disk failure”. Quello non sapevo come aggiustarlo! E questo cambiamento come ha influenzato il vostro lavoro? Per come la vedo io, più la macchina è diventata grossa e sofisticata, più il giornalismo si è indebolito dal punto di vista politico. I giornalisti non sono più indipendenti. Sono in grado di fare il loro lavoro tecnicamente, ma sono legati a doppio filo alle corporation multinazionali che li supportano economicamente. Devono anche vedersela con le istituzioni locali per avere il permesso di trasmettere dai territori stranieri. Per esempio, durante la guerra nei Balcani, le troupe televisive dovevano accordarsi con il governo serbo per poter portare i loro sistemi di comunicazione in zona di guerra. Alla fine, il tipo di accordo che raggiungi va a influenzare la verità che racconti. Se ti accordi per una forma di “cooperazione”, perdi la tua libertà di raccontare entrambi i lati di una storia con accuratezza. Il lavoro dei corrispondenti è diventato spazzatura perché non c’è più il lavoro sul campo come quello che alcuni di noi riuscirono a fare il primo giorno che arrivammo a Tripoli: assistere ad una vera battaglia strada per strada nel cuore della città, senza essere limitati dalle forze di sicurezza. Sei stato accolto amichevolmente nel corso dei tuoi viaggi? Sì, sono stato ben accolto, perché la gente in Medio Oriente ha vedute molto aperte riguardo gli stranieri. E’ una tradizione musulmana. Sono stato nella zona più povera del Pakistan dove non avevano neanche mai visto un occidentale prima, e la loro prima reazione è stata di portarmi a casa loro e offrimi il caffè. Oggi la gente da quelle parti si fida di meno degli stranieri, ed è molto spaventata per via della “guerra al terrore”una definizione che detesto. Ma con me sono tranquilli, soprattutto quelli conoscono il mio nome. Mi trattano con rispetto, e grande cortesia. Sono stato a Tripoli di recente e la gente mi riconosceva perché i loro figli avevano letto i miei articoli su internet e si fidavano delle mie vedute.
Il Medio Oriente è diventato un posto più pericoloso per un reporter? Assolutamente sì, al 120%. Non ci si può più spostare liberamente in Afghanistan, Iraq, Pakistan, i territori occupati in Palestina, e in diversi altri posti. Posso individuare, in relazione alla mia esperienza personale ovviamente, il momento in cui i giornalisti persero la loro immunità. Fu in Libano, nel 1983, durante la guerra civile. Le navi da guerra americane stavano bombardando i Monti Choufs. Ero in macchina con Terry Anderson e fummo fermati ad un posto di blocco palestinese. Quando Terry gli mostro la sua tessera di giornalista, il miliziano la gettò a terra. Non gli importava che fossimo giornalisti. Mi ricordo che la raccolsi e guardai Terry. I suoi occhi dicevano: “Abbiamo perso la nostra protezione.” Nel giro di 12 mesi, Terry fu preso in ostaggio dalla milizia sciita, che lo tenne prigioniero per sette anni. Oggi il giornalismo in Medio Oriente è una questione di razza, e di guerra contro l’Occidente. Quando vado in Afghanistan, con la mia pelle chiara e gli occhi azzurri, è impossibile nascondere chi sono e da dove vengo. Ma se non corri dei rischi non arriverai mai da nessuna parte. Un giorno durante la Guerra del Golfo, ho detto ad una giovane reporter irlandese che mi chiedeva se andare o meno, “Non stai andando a morire, stai andando a fare il tuo lavoro.” Ovviamente, alcuni giornalisti muoiono, ma sono pochissimi. La gente che vive nei paesi dilaniati dalla guerra, loro sono in pericolo sul serio. Muoiono a migliaia.
Sei stato ferito gravemente in Afghanistan. Com’è successo? Era novembre 2001. Stavo andando a Kandahar e la mia macchina si è fermata in un villaggio vicino al confine pakistano. C’erano molte persone che erano fuggite da Kandahar la notte precedente, per via di un raid di B-52. Molti avevano perso dei familiari nel bombardamento. Erano furiosi e disperati. Quando hanno visto questo occidentalemeun ragazzino ha detto, “E’ George Bush?” Un gruppo di bambini ha comincia a tirarmi piccoli sassi. Ero con un collega. Abbiamo visto una corriera dall’altra parte della strada. Il conducente ci ha fatto segno di entrare, e il mio collega ci è riuscito. Ma prima che riuscissi a salire anch’io mi hanno preso per lo zaino e mi hanno trascinato fuori. Hanno cominciato a colpirmi sulla faccia e sulla testa con le pietre. Pensavo che molto presto sarei morto. Ricordo di aver pensato, “Ma quanto ci vuole a morire?” Quando mi ricordo dell’odore del sangue che mi colava sulla faccia penso a questa frase di Lady Macbeth: “Ma chi avrebbe mai pensato/che quel vecchio avesse dentro tanto sangue”. Stavo per svenire, ma poi mi sono ricordato di quello che un vecchio libanese mi aveva detto durante la guerra civile: “Se sei in pericolo la cosa peggiore che puoi fare è non fare niente!” Allora mi sono difeso. Ho cominciato a tirare pugni. Alla fine, un imam mi ha tirato fuori dalla calca, mi ha preso per il braccio e mi ha portato in salvo. Sei stato molte volte in Iraq dopo la caduta di Saddam. Non hai mai avuto paura di essere rapito? Certo. Tutti abbiamo l’incubo di vederci in televisione con addosso quella tuta arancione, ed un coltello alla gola. Ma quando sei su una storia, non puoi semplicemente startene seduto in albergo e parlare al cellulare. Devi uscire in strada e vedere le cose con i tuoi occhi. Un altro corrispondente dell’Independent, Patrick Cockburn, è in Iraq al momento. Lui corre i rischi necessari per raccontare gli eventi. Dovrei tornare presto in Iraq. CONTINUED: IL NOSTRO EROE | 1 | 2 | Next> ![]()
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