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![]() ![]() Passare la vita a fuggire dai fondamentalisti, assistere inermi all’uccisione di donne innocenti nelle strade, alle esplosioni di autobombe che mandano in frantumi la finestra della tua camera... Un’altra giornata monotona di uno studente di Bagdad. Tornai a Bagdad il 10 ottobre via terra. Il viaggio fu l’esperienza più terrificante della mia vita e facevo quella strada almeno due volte all’anno. Dovevamo stare sempre attenti alle false pattuglie o di non essere inseguiti dai banditi. Impiegammo quasi 15 ore per arrivare a Bagdad, da Amman, di solito, ne bastano otto. Alle porte di Bagdad c’erano centinaia di uomini e di veicoli dell’esercito. Perquisivano tutte le auto che entravano in città. Dopo aver ispezionato la nostra ci fecero entrare. Diedi un’occhiata in giro per le strade. La mia città era completamente cambiata. Non c’era nulla che assomigliasse alla Bagdad che avevo lasciato mesi prima. Le strade erano piene di pattuglie dell’esercito americano e della polizia, di checkpoint e di blocchi di cemento. Molti edifici erano polverosi e distrutti, le strade erano disabitate, montagne di immondizia si accumulavano sui marciapiedi e i semafori non funzionavano. Sembrava che fosse arrivata l’apocalisse. Arrivai a casa e poco dopo andai a trovare alcuni amici. Mi dissero dei cadaveri per le strade, esito di una violenza faziosa e del modo in cui i vicini un tempo eterogenei si trasformavano in Shiiti e Sunniti. La gente era costretta a lasciare le proprie case perché proveniva dalla setta sbagliata di quella particolare zona. Rimasi molto turbato da quanto avevo sentito e avevo paura di lasciare la casa per più di due settimane. Man mano che i giorni passavano, comunque, mi abituai a questa nuova situazione e ad apprendere quasi ogni giorno che uno dei nostri parenti, amici, vicini o persone care era stato ucciso da violenza faziosa, autobombe, sparatorie casuali o esplosioni improvvise. Dopo tre sole settimane a Bagdad assistetti a molti incidenti che cambiarono la mia vita per sempre. Il primo avvenne mentre stavo chiacchierando con un gruppo di amici in strada davanti a casa mia. Improvvisamente, dal nulla, un uomo dall’aspetto strano si precipitò fuori da una casa a 20 metri di distanza da noi. Era come la scena di un film dell’orrore. Era bendato, aveva del nastro isolante intorno alla bocca e le mani legate dietro alla schiena. Intorno a lui, c’era solo sangue. L’uomo attraversò la strada senza vedere e si fermò fuori da un negozio. “Liberatemi! Apritemi gli occhi! Aiuto!”, gridava. Alcune persone corsero fuori per aiutarlo. Continuava dire: “Per favore portatemi a casa, mi uccideranno”. Qualcuno lo mise su un taxi e lo portò via. In un primo tempo arrivammo alla conclusione che era stato rapito e tenuto in quella casa, ma poi ascoltammo la storia dalla famiglia che viveva in quella casa. Dicevano che erano seduti nel giardino sul retro ad aspettare il tramonto, era il periodo del Ramadan e digiunavano, quando improvvisamente fu gettato nel giardino della casa dalla cancellata posteriore qualcosa che assomigliava a un cadavere. In un primo tempo pensavano fosse morto, ma il corpo si alzò in piedi e si mosse. Nel giardino c’erano anche le bambine che iniziarono a gridare quando l’uomo cominciò a correre in giro perché lo spettacolo era insolito. Voglio dire, mi spaventai anch’io quando lo vidi. “Non urlate per favore. Sono stato rapito. Vi sentiranno.”, li pregò. Le bambine continuavano a urlare così corse in strada dove lo vedemmo uscire. Non nego che ero terrorizzato. Rimasi di sasso fino alla fine della scena. Volevo gridare. Non possiamo nemmeno sapere se i nostri vicini sono amici o nemici.
Un altro incidente avvenne dopo cinque settimane dal mio rientro e fu ancora più inquietante. La vita di una giovane e innocente parrucchiera finì orribilmente davanti ai miei occhi. Stava per tornare a casa. Dopo aver chiuso il negozio alle 5.30 circa, fermò un taxi. Mentre stava per salire sull’auto, un’altra macchina con quattro uomini a bordo si fermò di colpo bloccando la strada al taxi. Un killer, non aveva più di 18 anni, balzò fuori dalla macchina e trascinò la donna disorientata fuori dal taxi. Le mise un sacchetto di plastica nero sulla testa, la donna scalciava e urlava e lui la uccise. Salì di nuovo sulla macchina che ripartì con stridore mentre gli astanti guardavano increduli con gli occhi sbarrati. Il cadavere della parrucchiera rimase in mezzo alla strada per circa quattro ore. Più tardi arrivò una pattuglia americana a raccogliere il corpo della donna. Dovettero sparare diversi colpi sul suo corpo prima di avvicinarsi perché temevano che fosse una trappola esplosiva. Scattai una foto del corpo da lontano mentre giaceva a terra perché dovevo documentare le cose terribili che avvenivano in questo sfortunato paese. Due settimane dopo, milizie faziose rivali iniziarono a far esplodere bombe di mortaio in modo indiscriminato nel mio quartiere. Furono esplose più di 50 bombe. Quella sera mi trovavo nella mia camera a navigare su Internet quando udii un’esplosione assordante. Nuvole di polvere inondarono la mia camera, ero sconvolto e cercavo di capire cosa era successo. Poi, udii la voce di mia madre dal piano di sotto, “Nabil! Nabil! Stai bene?” Mi precipitai giù dai miei genitori che stavano bene. Nel frattempo udimmo persone in strada le quali dicevano che una bomba aveva colpito un negozio di proprietà di un mio amico.
Uscimmo, ma era troppo buio per riuscire a vedere. Non c’era l’elettricità. Alcuni vicini avevano delle torce, uno di loro passò davanti alla nostra casa, si fermò e gridò: “Ecco, Ecco. È caduta qui. La deflagrazione è qui”. C’era un buco enorme sulla strada proprio di fronte alla porta di casa nostra. Siamo stati fortunati. Poche settimane prima un’autobomba è esplosa a circa 20 metri da casa nostra, vicino al punto in cui è stata uccisa la parrucchiera. L’auto è esplosa al passaggio di una pattuglia dell’esercito americano. Per fortuna non ci sono stati feriti tra le truppe americane e gli abitanti della nostra via, ma l’elettricità e le linee telefoniche sono state interrotte e, da allora, il nostro quartiere è rimasto senza elettricità. Al momento dell’esplosione dormivo, le finestre della mia camera andarono in frantumi, mi svegliai di soprassalto. Scesi per controllare i miei genitori, c’erano vetri rotti e polvere in tutta la casa. Tutte le finestre di casa nostra erano andate distrutte. Secondo alcune voci l’autobomba era stata messa lì da estranei pochi minuti prima dell’esplosione. Poco tempo fa, una mattina uscendo per andare a scuola, vidi un killer mascherato affiggere poster, foto e comunicati sulle vetrine dei negozi della nostra via. I poster erano firmati da Ansar al-Sunna, un gruppo di rivoltosi, e avvertivano gli studenti del college e i professori Sunniti di non recarsi a scuola per evitare di essere bersaglio di rapimenti o assassini da parte degli uomini delle milizie Sciite e degli squadroni della morte. Un avviso riportava che quest’anno scolastico sarebbe stato annullato in tutte le università, gli istituti e i college privati di Bagdad fino all’ “eliminazione” degli squadroni della morte. Qualche giorno dopo la distribuzione dei poster, alcuni kamikaze attaccarono l’università di Mustansiriya, uccidendo e ferendo decine di studenti. Da allora ho evitato il più possibile di andare a scuola. Ma non ho molta scelta. Non posso lasciare il paese, quindi devo continuare la mia vita o morire di paura. NABIL KASIM Nabil è un studente ventenne di Bagdad ed è l’autore di nabilsblog.blogspot.com ![]()
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