Anche dopo che nel 2004 le guardie del carcere sono state beccate a mettere in pila prigionieri nudi come cheerleaders pelose che fanno il tifo contro i diritti umani, ben poco è cambiato delle terrificanti condizioni di vita ad Abu Ghraib. La prigione è stata poi svuotata nel marzo 2006, nel tentativo di liberarla dell’etichetta di ‘posto peggiore della terra’.
Sana e suo figlio Saleh ci hanno trascorso alcuni mesi prima della chiusura, ci hanno raccontato le loro storie e noi abbiamo pianto.
Hanno incarcerato mio maritoera un membro del partito Baath. E’ morto di infarto, provocato dalle torture. Siamo andati a raccogliere il suo corpo al carcere di Abu Ghraib. Dopo il funerale la polizia ha sfondato la porta di casa mia. Erano armati fino ai denti e mi hanno portato via mio figlio maggiore come dei barbari.
Sono stata bendata e ammanettata nel retro di un furgone e portata in una grande scuola dove c’erano altri prigionieri. Era l’inizio di dicembre 2005 e l’aria fredda si sentiva nelle ossa. Il giorno dopo mi hanno portato in un’aula. Me ne sono resa conto vedendo i banchi e una lavagna appesa al muro. Nessuno mi ha detto niente. Mi hanno dato un pezzo di pane e un bicchiere d’acqua. Otto altre donne erano con me in quella stanza, raggruppate negli angoli. Non abbiamo scambiato neanche una parola. Non sapevamo che crimine avevamo commesso o perché eravamo state portate in quella scuola.
Si sentivano delle voci venire da fuoriurla, pianti, grida. Gli uomini venivano torturati. Ci hanno tenuto in quella stanza fino alle cinque e mezza, poi ci hanno di nuovo bendate e portate in un posto dove c’erano circa 35 donne. Era un carcere femminile, un posto dove nel passato mettevano le prostitute.
Ci hanno tenuto lì per due giorni, poi ci hanno trasferiti al secondo piano di Abu Ghraib e tenute in isolamento in piccole celle sporchissime, a due a due. C’era un bagno in comune, così sporco che non si capiva di che colore era.
Era coperto completamente di escrementi. Dopo cinque giorni mi hanno convocato per un colloquio con un ufficiale americano. Mi ha accusato di nascondere terroristi in casa mia. Mi ha chiesto dov’erano e io ho giurato che non sapevo di cosa stesse parlando. Non si è convinto. Mi ha preso a schiaffi e ha minacciato di violentarmi. Alla fine non sono stata violentata. Nessuna di noi è stata violentata a quanto ne so.
Durante il giorno il nostro compito era svuotare le latrine degli uomini portando gli escrementi agli esterno con dei secchi. Sono passate delle settimane. Nessuno ci diceva niente. Non riuscivamo a dormire per le urla degli uomini che venivano torturati di notte. Una volta ci hanno ordinato di pulire tutto il nostro piano oltre a quello degli uomini perché un gruppo di rappresentanti dell’ONU stava arrivando a visitare la struttura. Ci hanno rilasciato due giorni dopo la visita.
Ancora non so perché mi hanno incarceratae nemmeno le donne che vivevano con me lo sanno. Un mio amico avvocato ha cercato di inoltrare la mia protesta al parlamento. Non c’è stata risposta. Sono stata completamente umiliata.
SANA X INTERVISTATA DA ARKAN HAMED
Vivevamo a Samara prima dell’invasione, poi ci siamo trasferiti a Baghdad. Mio padre lavorava come diplomatico al Ministero degli Esteri. E’ stato incarcerato il 5 dicembre 2005 ed è stato torturato duramente. Ha avuto un infarto ed è morto. Aveva 73 anni.
Io e mia madre siamo stati imprigionati in una scuola nelle vicinanze. L’ho vista quando sono arrivato, ma dopo due giorni l’hanno spostata. Mi hanno tenuto lì per due settimane, picchiandomi giorno e notte. Non mi hanno dato nessuna spiegazione, nè a me nè a nessun altro. Per loro è come un gioco.
Cercavano qualcuno che io non conoscevo. Hanno minacciato di stuprare mia madre sotto i miei occhi se non gli dicevo dove si nascondeva. “Ma non lo conosco,” dicevo. Se lo avessi conosciuto glielo avrei detto sicuramente.
Poi mi hanno mandato ad Abu Ghraib. Mi hanno consegnato a delle guardie americane. Avevano delle cesoie e hanno minacciato di tagliarmi i mignoli e le orecchie. Hanno anche usato gli elettrodi, sui piedi, sulle ginocchia e sul collo. Io urlavo, perché quelli che resistevano al dolore venivano torturati ai genitali.
La ‘festa’ iniziò alle due di mattina il secondo giorno. ‘Festa’ era proprio la parola che usavano. Diversi prigionieri venivano radunati in una sala. Venivamo ammanettati e bendati, poi cominciavano i calci, gli schiaffi, gli insulti. Se resistevamo ad un calcio, ce ne arrivava un altro. La forza delle botte cresceva finchè non gridavamo.
La violenza continuava ogni tre giorni, di notte. Venivo interrogato ogni mattina, qualche volta anche di pomeriggio. Quando i rappresentanti dell’ONU arrivavano nella prigione, tutti i detenuti venivano radunati in un grande spiazzo. Quel giorno ho visto per la prima volta il vicedirettore del carcere. Era un americano elegante, con i baffi bianchi. Ci ha minacciato piano, con calma, come se non fosse una minaccia. Ha detto che se ci chiedevano delle condizioni ad Abu Ghraib non ci dovevamo lamentare.
Il cibo era pochissimo e i bagni erano qualcosa che non avevo mai visto prima; c’erano altoparlanti nelle celle che trasmettevano voci e rumori a tutto volume, soprattutto di notte. Terribile. Ti devasta nel momento in cui sei più vulnerabile, quando ti sei addormentato da pochi minuti.
Dopo 6 mesi di detenzione sono cambiato, da avvocato tranquillo e responsabile sono diventato un relitto umano senza desideri ne speranze ne lavoro; senza ideali ne dignità. Amavo il mio paese, ora non più. Valori? Tutti distrutti, grazie agli americani. Hanno rovinato tutto quello che c’era di bello nella mia vita. Devono rendersi conto che ci sono milioni di iracheni che vogliono vendetta. Fateli continuaregli iracheni non dimenticheranno il male che è stato fatto loro.
SALEH X INTERVISTATA DA ARKAN HAMED
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