FORREST GUMP
La parte sul Vietnam mi ha veramente preso alla sprovvista. Lo scambio di fuoco tra il plotone di Forrest e un’unità Viet Cong è molto realistico. E’ duro da guardare. Ho sentito un rush di adrenalina, e non è proprio il massimo.

Forse dovrei finire la storia che avevo iniziato. Più tardi quello stesso pomeriggio, ero accovacciato a terra nascosto dietro una trincea all’interno di una risaia. Avevamo degli M72 LAWs, che sono dei lanciarazzi. Un solo colpo. Spari quell’unico colpo, e butti via il lanciarazzi intero. E’ fatto di cartone. Fa “Boom.” Ma è perfetto per colpire bunker o truppe che sono trincerate. In questo caso, i nord-vietnamiti erano nascosti in alcuni fossati all’interno della giungla. Probabilmente c’erano dei bunker, ma la maggior parte erano semplicemente scavati nel terreno, quindi quello che stavo cercando di fare era di lanciare i razzi proprio sopra di loro, sugli alberi, perché se un albero si scheggia, è come una granata.

Avevo già sparato forse tre o quattro razzi verso la loro postazione, e credo che a quel punto fossero già belli incazzati. Ricevevo un sacco di fuoco. Poi mi sono accovacciato dietro alla trincea della risaia. Stavo cercando di armare uno dei lanciarazzi ma era mal funzionante. Così ho ripreso il mio fucile in spalla e ho provato a sollevarmi per dare un’occhiata, e mi sono ritrovato sbalzato a terra sulla schiena. Sapevo che era successo qualcosa, perché stavo guardando dritto su in cielo, ma non riuscivo proprio a capire che cazzo potesse essere. Mi sono alzato a sedere, e mi sono visto arrivare uno spruzzo di sangue addosso. Stavo per dire “da dove cazzo arriva?” quando lo sguardo mi è caduto sul mio polso sinistro, e mi sono reso conto che era completamente aperto, avevo le vene scoperte. Il colpo era arrivato dritto verso il mio polso e aveva preso il mio fucile, che era saltato in aria. Tutto il metallo mi era entrato nel petto.

Quella notte all’ospedale, la prima cosa che mi disse il medico fu che probabilmente avrebbe dovuto amputarmi la mano. E uno degli infermieri stava armeggiando sul mio petto, perché avevo ancora un sacco di schegge di metallo all’interno. Erano pezzi del mio fucile, della pallottola, pezzi del mio orologio. Stavano tentando di farmi una trasfusione, ma le mie vene erano collassate perché avevo perso troppo sangue, e non riuscivano a trovarne una decente. Così finirono per aprirmi il braccio. Il dottore ci infilò il dito, sotto la mia vena, la sollevò, e ci infilò dentro l’ago. Poi mi richiuse il braccio.

Dopodichè entrai in sala operatoria, e quando mi risvegliai ci misi un paio di minuti a realizzare dove cazzo potevo essere, e fu allora che mi venne in mente: “Oh, avrò ancora una mano?” L’ho alzata, ed era ben fasciata, ma c’era, era lì, così ho pensato, “Oh, OK.” Ero così felice.

Mi è piaciuto questo film perché, per Forrest, il Vietnam è soltanto una parte della sua vita. Non è nulla di cui vergognarsi. E’ un’esperienza che va comunque assaporata ed apprezzata. E’ quello che ho cercato di fare io. Quello che ho passato, le amicizie che ho stretto, mi hanno aiutato a definire la persona che sono oggi. E credo che ne sia uscito fuori qualcosa di buono.


HAMBURGER HILL
E’ basato su diverse esperienze della 101esima divisione paracadutisti. Quei ragazzi facevano base sulle montagne. L’area dove ci trovavamo noi era più che altro localizzata a sud e ovest rispetto a Saigon. Il nord era per la maggior parte giungla, mentre ad est di Saigon c’erano le piantagioni di gomma. Abbiamo passato un sacco di tempo anche in quella zona. Ci avevamo anche costruito una base. Era molto interessante; gli alberi erano enormi. Erano alti quasi 20 metri e larghi almeno un paio. Faceva parecchio buio, perché la tettoia che avevamo costruito era molto fitta. Era come trovarsi in un’alba perenne, ma gli alberi erano stati piantati in linea retta, cosa che ci permetteva di avere una visuale molto ampia.

Il guardiano della piantagione era francese. La sua casa si trovava in mezzo alla piantagione, in cima ad una piccola collina, mentre il villaggio dove vivevano i contadini era situato più in basso. La US Army lo cacciò dalla sua casa e cominciò ad utilizzarla come postazione di comando. Ci costruimmo intorno bunker fortificati e linee di trincea.

C’era un uomo molto anziano nel villaggio, che si era ritirato dall’esercito vietnamita del sud, e raccoglieva due soldi tagliandoci i capelli. Era solito sistemarsi fuori dal nostro accampamento e tagliarci i capelli per un paio di dollari. Una notte i Viet Cong lo prelevarono dalla sua casa e lo uccisero, per fare da esempio al resto del villaggio nel caso avessero deciso di stare dalla parte degli americani.


TIGERLAND
Colin Farrel fa la parte di un soldato di leva. Un ribelle, uno contro tutti. Non mi sembra di ricordare che l’esercito tollerasse un comportamento del genere. Avevano i loro sistemi per gestire questo genere di situazioni. Potevi finire cacciato o, più probabilmente, in prigione. Non mi ricordo di nessun personaggio del genere… Se ti comportavi così, non richiamavi l’attenzione solo su te stesso, ma su tutti i tuoi compagni di plotone. Questo è lo schema dell’esercito: se sei un cretino, non per forza verrai punito. Quello che fanno è punire tutti quelli intorno a te. Così va a finire che invece di avere una sola persona contro di te—il tuo sergente o il tuo istruttore—tutto ad un tratto ti ritrovi con 40 o 50 persone che sono molto irritate. Le persone sulle quali conti per sopravvivere. Può far paura.

Tra di noi c’era un ragazzo, si chiamava Shep. Shep era una brava persona, ma era molto maldestro, e per questo probabilmente non avrebbe mai dovuto entrare a far parte dell’esercito. Eravamo in mezzo alla giungla e dovevamo muoverci da una postazione all’altra molto rapidamente perché eravamo sorvegliati da degli elicotteri. Ma Shep, lui continuava a perdere cose. E noi eravamo costretti a fermarci per dargli una mano a raccoglierle. In più, ci stavamo muovendo molto velocemente, e lui si lamentava che non riusciva a starci dietro.

Il nostro capo plotone in quel momento era un tipo un po’ particolare. Io non ci facevo molta attenzione, ma lui cominciò a stare addosso a Shep, e tirò in mezzo anche il sergente. Tutti e due ci andavano giù pesante con Shep. Gli rompevano i coglioni. Era un ragazzone, così loro lo chiamavano grassone. Il luogotenente lo prese pure a calci un paio di volte. Alla fine alcuni di noi si avvicinarono e cominciarono a raccogliere la sua roba così potevamo riprendere a muoverci.

Shep non disse nulla. Quella notte, si tenne tutto dentro.

Il giorno successivo fummo prelevati dagli elicotteri e riportati indietro a Bear Cat, il nostro campo base. Il nostro ufficiale in comando tirò fuori delle bistecche e un paio di birre, e più tardi quella notte, vagamente sbronzi, tornammo verso l’accampamento per rilassarci.

D’improvviso sento la porta aprirsi, era Shep, aveva bevuto parecchio, e portava in spalla il suo M16. Guardo bene, ed era carico. Lui cominciò ad urlare, dicendo che avrebbe ucciso qualcuno, e ho pensato, “Oh, Cristo.”

La mia paura più grossa era che avrebbe aperto il fuoco. Non era in grado di mirare a qualcuno in particolare, perché era troppo sbronzo. Ma se aveva il caricatore automatico pieno, allora erano 20 colpi, e Dio solo sa quante persone avrebbe potuto colpire. Io piacevo a Shep, per qualche ragione, così ho pensato che non mi avrebbe… Che se mi avesse visto, non mi avrebbe puntato contro l’arma, così ho camminato verso il centro della tenda, e lui mi vide arrivare, così ho cominciato a parlargli. Nel frattempo, aveva cominciato ad urlare e nello stesso tempo a piangere. Mentre mi avvicinavo, mi guardava, che era esattamente quello che volevo facesse, perché sapevo che non avrebbe sparato se mi avesse visto. Alla fine lo raggiunsi, e gli presi il fucile dalle mani. Non ho dovuto nemmeno usare violenza. Lo presi semplicemente, glielo portai via e lo misi a letto nella sua branda. La mattina dopo, non si ricordava nulla. E, grazie a Dio, evitammo di parlarne anche noi.


NATO IL QUATTRO LUGLIO
Questo film è basato su una storia vera. Ron Kovic era paralizzato, e credo che non fosse tanto il fatto di essere paralizzato, quanto quello che dovette passare all’interno dell’ospedale per i reduci di guerra. Mi ricordo di aver visto parte del film ed essermi ritrovato a pensare, “Mio Dio, sono felice che non sia successo a me.” Voglio dire, non so quanto l’abbiano esasperato, ma se è veramente così che è successo… ma non credo che il regista avesse delle ragioni per esasperare il tutto. Ron Kovic nel film viene colpito alla spina dorsale, il che lo lascia paralizzato dal bacino in giù. Una cosa è perdere l’uso delle gambe, ma non avere più sensibilità al bacino (e diventare quindi impotente) è tutta un’altra storia. E poi… solo per come i ragazzi venivano trattati all’interno delle strutture ospedaliere per i reduci; erano praticamente scaricati all’interno di una struttura dove le cure erano ridicole. E dopo che questi ragazzi si erano sacrificati, che venissero trattati in quel modo. E’ semplicemente terribile.

Credo di non sapere cosa dire oltre a questo.

Vi racconterò un’altra storia sulla mia esperienza durante l’offensiva Tet. La mia compagnia aveva organizzato un centro di comando in una delle periferie di Saigon. Da lì partivano le ronde giornaliere. Un tardo pomeriggio un giovane Vietnamita si presentò cercando delle cure mediche. La sua testa era ricoperta di sangue e aveva lacerazioni profonde allo scalpo. Non parlava nemmeno due parole di inglese, ma pensammo che la ferita fosse stata causata da una granata oppure da una pallottola che lo aveva colpito di striscio. Pensammo che si fosse ritrovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Così il personale medico lo accompagnò all’interno della tenda del pronto soccorso e cominciò a pulirgli la ferita, a soccorrerlo.

Subito dopo sentimmo una donna urlare. C’era questa giovane donna vietnamita in piedi contro la recinzione dell’accampamento, urlava e indicava l’ospedale da campo. Indicava il nostro ragazzo insanguinato. Reggeva in mano una enorme padella di metallo. Era stata lei a ferirlo. E aveva tutte le intenzioni di finire il suo lavoro. Non sarebbe stata soddisfatta fino a che non gli avesse spaccato il cranio. Non ho idea di cosa avesse potuto fare il ragazzo per farla impazzire in quel modo. Ma lei voleva il suo sangue… e forse pure la sua testa.

Ancora oggi sono allucinato da tutta questa storia. Nel bel mezzo del caos del Tet, queste due persone avevano deciso di cominciare la loro guerra privata. Credo che quando il mondo ti crolla intorno, anche una padellata in testa ti può sembrare una reazione adeguata.


DOV’E FINITA LA NOSTRA GUERRA? | 1 | 2 |

COMMENTI










Aw man, all this burlesque revival and alterna-porn shit is so boring and corny. Stop trying to reinvent the bone.
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When 30-somethings get money they are so determined not to be their “parents’ business man” they end up looking like a Scandinavian McDonald's uniform from the future.

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