Jack Walls e Robert Mapplethorpe a New York, 1985. Foto di Gilles Larrain (www.gilleslarrain.com)






INTERVISTA DI RYAN MCGINLEY


uello fu il nostro legame all’inizio. Avevi stampe di Mapplethorpe e disegni di Patti Smith ovunque, c’era un mucchio di libri d’arte e di strani oggetti e di cartoline ovunque. C’erano 20 anni di roba collezionata. Tutto quello che riuscivo a pensare in quel momento era che era il posto più figo che avessi mai visto. Sapevi così tante cose, e mi hai insegnato tante cose. Sei stato come un fratello maggiore per me.

Ma in quel momento della mia vita avevo completamente voltato le spalle al mondo dell’arte. Di sicuro non pensavo a te come ad un artista. Mi ricordo una notte, stavi per abbandonare il college, e mi hai detto, “Jack, non so cosa fare. Non voglio cercarmi un lavoro e non voglio fare il barista in un locale”. Mi ricordo che pensai, OK, è sulla strada giusta, perché è proprio così che tutti quelli che ho conosciuto che hanno mai combinato qualcosa nella vita ci sono riusciti—non si sono mai dedicati a qualcos’altro. Quello è il segreto. Io devo essere un’artista, e nient’altro. E’ stato allora che ho deciso che ti avrei aiutato. E ti ho procurato quella mostra a 420 West Broadway.

Quella è stata la mia prima mostra. Mi hai anche aiutato a procurarmi il mio primo stage importante. Mi hai sempre aiutato. Eppure non ho mai accettato i tuoi consigli, anche se alla fine avevi sempre ragione. Tu mi facevi sempre, “Sei un idiota. Te l’ho detto già due anni fa di non farlo!” Allora, raccontami di questo tuo nuovo progetto.

Bene, l’inverno scorso ho cominciato a fare collages e li esporrò alla Fuse Gallery a Febbraio.

Cosa ti ha ispirato questi collage?

L’anno scorso, più o meno in questo periodo, ho smesso di fumare. E ogni volta che mi veniva voglia di fumare facevo un collage. In un niente ne avevo già 66! Questa è la verità. Non me ne vado in giro a dire che ho visto Robert in sogno e mi ha detto che dovevo fare collages con le sue immagini.

L’immagine nei tuoi collage è una foto di Mapplethorpe, in cui c’è una ragazza di nome Ada. Raccontami di lei.

Ho conosciuto Ada nell’estate del 1982. Se ne andava per l’Ottava strada con una mia vecchia amica di Chicago, una portoricana di nome Margie. Lei mi grida, “Hi-Fi”, che era il mio vecchio soprannome, e io mi giro e faccio, “Margie!” E lei mi fa, “Oh, ora mi chiamano Cita, da mamacita”. Aveva una cresta biondo platino, mentre Ada era rasata a zero e magrissima. Pensai, “Che look!” Stavo andando da Robert e le ho invitate a venire con me. Lui le fotografò entrambe quel giorno. In seguito quell’estate le ragazze si trasferirono nel Queens e venni a sapere che erano rimaste entrambe incinta nello stesso periodo. Sono scomparse. Quel giorno è un ricordo speciale per me, e ho sempre amato quell’immagine. E anche Robert l’amava.

Come hai incontrato Robert Mapplethorpe?

Oh, tutti conoscono quella storia. E’ una storia vecchia e polverosa.

Adoro quella storia, fammela sentire di nuovo.

Bene, ci siamo incontrati nel 1982 perché avevo appena lasciato la Marina e vivevo al West Village, che era il cuore del mondo gay. Christopher Street era il centro dell’universo, se eri una checca. Ogni tanto beccavo Robert in giro e lo guardavo perché era un bel tipo.

Chi fece la prima mossa?

La facemmo insieme. Ci guardavamo da un po’, e alla fine un giorno lui mi diede il suo numero. Io lo chiamai, e lui mi invitò a cena. Ci vedemmo al Pink Teacup, e da allora non abbiamo più smesso di stare insieme.

Aspetta, ma non mi avevi detto che vi eravate incontrati in una gelateria?

Bè, l’avevo visto già diverse volte prima. Alla fine lui venne da me e mi diede il suo biglietto, che diceva semplicemente, “Robert Mapplethorpe, photographer”.

Adoro questa storia perché mi hai detto che era piena estate e lui era vestito interamente di pelle, e si stava prendendo un gelato.

Sì, ci saranno stati 35 gradi e lui aveva un paio di stivali di pelle, di quelli che arrivano fino alle cosce. E stava mangiano un gelato enorme, con la cialda. Aveva un aspetto incredibile, lo confesso. Era sicuramente il ragazzo più bello che avessi mai avuto. Anzi, il migliore ragazzo che abbia mai avuto. Ti dico una cosa: amavo Robert. Lo amo ancora oggi.

Quando vedo le foto di Robert penso, o mio Dio, se vedessi un tipo così per strada ci farei sesso nel giro di un minuto.

Lui era di un altro mondo, caro. Chi l’avrebbe detto quando l’ho conosciuto nel 1981 che sarebbe morto nel 1989.

Raccontami del primo periodo dell’AIDS.

Non c’è nulla di cui parlare. E’ stato solo molto triste.

Bè, mi piace parlarne perché è stata una cosa molto importante nelle nostre vite. Robert e mio fratello grande Michael hanno preso l’HIV più o meno nello stesso periodo. Per quanto ne sappiamo potrebbero anche aver scopato insieme.

Non credo… magari hanno scopato con la stessa persona.


Ada (a), 2007, di Jack Walls


Già, anche a mio fratello piacevano i ragazzi neri, per cui è possibile. Com’è possibile che Robert non si facesse di eroina?

Provò, una volta. Ma sai, Robert era borghese. Era tutto perfettino. Non gli piaceva farsela con un mucchio di tossici.

In 1985 Basquiat dipinse un tuo ritratto per un serie che stava facendo sui ragazzi neri del giro di downtown. Com’è stato farsi ritrarre da lui? Era interessante vederlo al lavoro?

Nah, eravamo sempre sconvolti dall’eroina. Ma ti racconterò una cosa, mi ero fatto tanta di quell’eroina quel giorno che quando me ne sono andato avevo un’amnesia totale. E’ stata l’unica volta che mi è successo in tutta la vita. Camminavo per Manhattan e nevicava e per qualcosa come quattro ore non mi ricordavo chi ero o dov’ero.

Ti posso chiedere della tua vita sessuale?

Ad essere sincero, non ho una vita sessuale.

Cazzate.

Vedi, se parlassi della mia vita sessuale metterei nei guai molte persone.

Bè, non devi fare nomi.

Tanto i nomi non li faccio mai. Quando succhi un uccello, succhi un uccello.


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Like the proverbial girl who won't shut her yap about how to give a blowjob, reading a freshman-year philosophy book in public is the surest sign of a man who knows less about life than an Australian Chili Peppers aficionado.
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Trannies are fun to party with (especially the shlubby, don't-give-a- shit-ones), but as soon as they've got a couple bumps in them they get so jazzed up it's like trying to hang out with the Noid.
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