Vice: Quando hai iniziato a scrivere?
Sam: Beh, come tutti gli altri teenager tristi, avevo un diario. Ma non era il tipico diario molto manierato. Era abbastanza clinico. Ma c’era già un bisogno.
C’erano altri scrittori nella tua famiglia?
No. Mio padre era un pittore. Beh, in realtà era un banchiere, ma ebbe un momento molto anni ’70 quando si stonava nell’attico leggendo Foreign Affairs.
Fico.
Si.
Quand’è stata la prima volta che ti hanno pubblicato? Mi pubblicarono una storia in Open City nel 2001. Ho sempre lavorato alla scrittura in silenzio, ma devi davero mettertici, lavorarci. Allo stesso tempo, devi avere un’altra vita, perchè se non ce l’haispecialmente quando hai 20 anninon avrai molto di cui scrivere.
aron uscì dall’ascensore con in mano la chitarra. C’era una porta bianca su una parete bianca, una piccola luce rossa con un pulsante sotto. Premette il pulsante. Una telecamera ruotava due centimetri sopra di lui. Una voce gli chiese chi fosse.
“Baron,” rispose.
La porta fece un ronzìo.
Entrò in una stanza senza finestre e con l’aria condizionata troppo alta. Una donna dal viso rotondo con capelli neri screziati di verde sedeva ad una scrivania ricoperta di piante in vaso. Indossava una maglietta dei Ramones nuova e troppo larga. Gli lanciò un’occhiata con i grandi e scintillanti occhi neri. “Si accomodi,” disse, indicando un sofà bianco.
Baron si sedette con la chitarra, fissando le riviste Billboard aperte a ventaglio sul tavolo di vetro. Non rialzò lo sguardo sulla ragazza. Proveniva da quel tipo di gente tarchiata, ripiegata su se stessa; non guardava molto le donne, e dopo aver visto una bella donna, di solito non fantasticava. Ma la receptionist aveva minuscoli denti sbiancati come Tic-Tac, uguali a quelli di Beth. I lineamenti del viso di Beth erano belli e precisi, denti a perline come piselli, se i piselli potessero essere bianchi. Era alta e con un profilo netto, così bianca da sembrare albina. Accompagnando le persone ai loro tavolii capelli bianchi raccolti in chignon su entrambe le parti del capo, la bocca con una spessa sferzata di rossetto, sembrava dissociata quasi come uno zombie. Inizialmente, la ritenne una cosa spiritosa, ma sempre più ebbe il sospetto che fosse stupidità. Il suo volto era così neutrounico addolcimento, una pallida macchia rossa sulle guance quando era stanca dopo una corsa.
Fu soltanto una cosa da poco in cucina. Fumavano insieme nelle pause, bevevano al bar giù all’isolato con gli altri dopo il loro turno. Una volta si erano svegliati uno accanto all’altro, e questo si era ripetuto qualche volta, e lui non riusciva a capire come potesse aprire così tanto le sue lunghe gambe bianche. Si metteva sul dorso e lui le scivolava addosso. Teneva la sua testa fra le mani, come un parrucchiere, e lo guardava fisso. Non riusciva fondamentalmente a capire tutto questo. Lui proveniva da brutta gente.
Ci fu un ronzio.
Guardò in alto. Una gelida porta scorrevole in Plexiglass sembrava aprirsi di sua volontà. C’era un corridoio e si sentiva una voce, ma non arrivò nessuno.
La receptionist non vi badò.
Baron prese un Billboard e lo sfogliò guardando le foto. Artisti in smoking o in stretti abiti scintillanti con in mano dischi d’oro o premi, sembravano molto felici della loro carriera, dei loro business con la gente. Diede un’occhiata alla custodia nera e rovinata della chitarra di Tim pensando a quanto lui fosse fuori del tempo. Tim sulla copertina del suo disco, il viso inclinato verso il basso con una sorta di ritrosa indifferenza, seduto sui decrepiti gradini di legno di una casa non visibile, foglie morte ai suoi piedi.
Un uomo gli stava davanti. Indossava le cuffie e aveva una piccola scatola nera attaccata alla cintura. Mise una mano a coppa sul microfono a forma di salamandra che aveva sulla bocca. “Sono immensamente dispiaciuto di questo,” sussurrò senza alcuna esitazione, “So che ha fatto molta strada, ma ho avuto una chiamata e mi sono dovuto trattenere proprio ora”.
Baron non disse una parola, ma l’uomo sollevò un dito per indurlo a stare tranquillo.
Baron, solitamente brusco nelle cucine, fissava con indifferenza.
“Grande,” disse allontanando la mano dal microfono e andando via. “OK…”
Baron non sapeva se l’uomo stesse ancora parlando con lui. Effettivamente non avevano avuto una conversazione, e non aveva potuto dire nulla, finché l’uomo non era di nuovo scomparso dietro la gelida porta.
Baron aveva mandato a Beth una cartolina riguardo al suo arrivo. “Una coincidenza…”
Le aveva lasciato pochi messaggi. Era arrivato quella mattina e non era riuscito ancora a guardarsi attorno. Era stato ad un coffee shop nel suo quartiere. Se si fossero imbattuti l’uno nell’altra, immaginava sarebbe stato un lungo e difficile momento e non aveva idea di quale scusa avrebbe trovato per essere lì in quel momento. Ma era rimasto nel coffee shop due ore. Si era alzato e si era rimesso in coda, aveva ordinato un secondo e poi un terzo caffè. Aveva anche letto USA Today. Infine, si era spostato ad un tavolo esterno come sorta di preliminare auto-trattativa per la partenza. Aveva visto alcune ragazze carine che andavano e venivano dalle loro auto, canottiere e fianchi in mostra fuori dai jeans a vita bassa, ma non aveva attaccato con loro perché poteva essere visto da Beth.
Ma non c’era alcuna traccia di lei, naturalmente, e l’unico segno di trovarsi nel deserto, d’essere dove viveva, era una piccola lucertola verde contro il portaombrelli argentato, il suo stomaco si espandeva e contraeva con una sorta di terrore rigor-mortis.
Guardava la custodia nera della chitarra, flaccida, con segni d’usura e scotch d’argento nella parte posteriore. Afferrò la maniglia. Forse non avrebbe dovuto vendere la chitarra di suo zio. Era tutto quello che aveva ottenuto nell’eredità. Era tutto ciò che possedeva di un qualche valore. Ma vendere la chitarra l’aveva portato qui, dove c’era Beth. Stava vendendo la chitarra come scusa per un’ultima possibilità di contatto, una vana improbabilità di premere le dita ancora una volta sulle sue gambe aperte, di capire, se possibile, cosa ci fosse dietro quell’assunzione di postura non emotiva e quasi ingenua.
C’era qualcosa d’argenteo e fuggevole in Beth, impossibile da collegare alla calda mano di lui sulla curva tonda della sua coscia e al calore rozzo tra le gambe. Non era mai riuscito a collegare le due cose. Lei non glielo aveva mai permesso.
Andò a dormire così tante notti con la sensazione della morbidezza tra la durezza delle sue ginocchia e quella dei suoi fianchi. Si svegliava quasi sempre la mattina con la sensazione di questo luogo. Era doloroso, non meno per il fatto d’invecchiare. I quaranta stavano arrivando e il suo stomaco era un sacco di sabbia, condizione simbolo dell’età e delle sue possibilità ai tanti occhi femminili. Sapeva che la vicinanza porta a vedere meglio, ma l’indifferenza fisica di Beth al suo corpo trasandato era così rara, che un’altra bella ragazza non era per nulla una possibilità immediata.
Si sentì nuovamente il ronzio.
“Suze,” disse l’uomosenza cuffiedalla porta, “forse il nipote di Tim desidera un po’ di caffè o té, forse una tisana, gli chieda se vuole una tisana”
“Glielo chiedo”, rispose Suze.
“Caffè,” disse Baron alla ragazza, alzandosi, prendendo la chitarra e seguendo l’uomo attraverso la gelida porta. Arrivarono in un grande ufficio bianco. C’erano graziosi sedili in velluto blu su entrambi i lati di un tavolo Pyrex nero e lui si sedette di fronte all’uomo. L’uomo era piccolo e semi-calvo, con i baffi, una faccia rotonda e piccoli, severi occhi scuri. Indossava una maglietta bianca troppo larga, blue jeans stropicciati e sandali Birkenstock. Gli tese la mano dicendom, “Deke”.
Baron gli passò la custodia.
Deke la aprì, diede un’occhiata alla chitarra, la rigirò e la infilò nuovamente nella custodia. Tirò fuori un assegno da una busta gialla già sul tavolo e lo porse a Baron.
“Questa per 2.200 dollari?” disse Baron.
“E’ quanto vale.”
“Al telefono, aveva detto cinque.”
“Una settimana fa, ho detto cinque.”
“Non ho ancora parlato con lei e già si rimangia la sua parola.”
“Guardi, non c’è dubbio che questa sia la chitarra, ma il suo stato è…”
“E’ in buone condizioni”, disse Baron. “Non è stata suonata molto negli ultimi 20 anni”.
“II problema è proprio il buono stato”.
“Non capisco”.
“Peggiori sono le condizioni, migliore è l’aspetto. Alla chitarra di Tim, capisce, manca quell’usura tollerata, il marchio unto della personalità.”
“Mi ha offerto 5.000 dollari a scatola chiusa, mentre aveva già preparato l’assegno di 2.200 dollari, senza vedere la chitarra”.
“Pensavamo che la morte di suo zio potesse far sorgere maggior nuovo interessea parte la nuova edizione olandese.”
Ci fu una pausa di silenzio.
“Conosce la nuova edizione olandese?”
“No. Di che cos’è?”
“Cosa intende?”
“Di che materiale?”
“Oh, probabilmente hanno usato semplicemente una vecchia copia in vinile, sa… a meno che non abbiano avuto i nastri originali. Ma sarebbe stato carino da parte loro consultarla, forse per alcune foto, o le note di copertina. Qualcosa da fare per lei...”
Baron fissava Deke.
Il volto di Deke era leggermente compresso attorno ai suoi occhi. Deke era erroneamente sceso un po’ nel personale e ora sembrava momentaneamente perso in qualche zona molle della sua ambiguità conversativa. Si risedette e congiunse le mani, iniziando a scrollare il capo come se stesse ricordando qualche grave errore commesso in passato.
Si sentì un ronzio. Raggiunse un pulsante e lo premette.
“Arnold sulla quattro”, disse Suze all’altoparlante.
“Arnold?”
“Vladistock Arnold.”
“Ma certo.”
Guardò Baron. “Mi scusa un minuto?” Disse, alzandosi, infilandosi le cuffie e uscendo.
Baron guardò le pareti attorno: poster di Fillmore West forti e articolati, foto di Jimi Hendrix, Robert Plant, Mick Jagger. Le stesse, vecchie facce, che facevano le stesse vecchie cose. Ma non c’erano altre persone, se mai, da provare ad appendere al muro? Erano come i ristoranti a catena sulle strade, quelle facce così note che non dicevano più nulla. Tim era stato così oscuro. Anche come zio. L’aveva incontrato soltanto due volte e le ricordava con chiarezza perché c’era una sorta di presenza divertente. Era andato alla stazione degli autobus, con suo padre, e Tim era in piedi dall’altra parte che salutava e sembrava voler salire sulla loro auto prima che si fosse fermata. Sembrava pieno d’entusiasmo e novità allegre. Baron aveva perso un dente e Tim gli si era rivolto con i suoi luminosi occhi verdi e i capelli biondi ricci e un mezzo sorriso, chiedendogli se l’avesse perso difendendo la sua ragazza. Suo padre e Tim erano scoppiati a ridere prima che Baron potesse rispondere. Baron era stato un ragazzo paffutello e sulle prime era imbarazzato, ma poi capì che non stavano ridendo come facevano gli altri ragazzini, e si mise a ridere anche lui perché era bello sentire suo padre che rideva. Erano andati in qualche bar del centro e Baron aveva preso un hamburger e una Coca, mentre Tim accordava lo strumento all’altra estremità della sala. Poi scomparve, la stanza da letto che gli aveva preparato il padre di Baron, e il tavolo apparecchiato da sua madre non servivano più.
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