Foto di Andy Willsher

Parte della collezione di chitarre rare di Jack White’. Le troveremo su eBay nel futuro prossimo?




i fece vedere ancora una volta, due o tre anni dopo, senza preavviso, al portone, alle 3 del pomeriggio, con una donna magra e dai capelli neri seduta sulla vecchia auto squadrata, dietro di lui, il motore acceso. Il luccichio negli occhi di Tim sembrava essersi riversato sui suoi zigomi e i ricci biondi erano imbiancati dal sole e increspati. Il suo viso era coriaceo e magro, le braccia e i polsi così sottili che sembravano far scuotere le mani.

C’è tuo padre?

E’ al lavoro.

Come va, ragazzo?

Sono Baron.

Tuo padre mi ha lasciato un po’ di soldi, Baron. Ti spiace se vado a dare un’occhiata?

Al college, una volta trovò una copia promozionale dalla copertina bianca del disco di Tim. 2.99 dollari nel reparto dischi fallati. Provò a comprendere le canzoni, ma il delicato intimismo non era facile per lui. Gli piacevano pezzi duri, immediati, e non aveva quasi mai preso in considerazione altra musica. Ascoltava pezzi in auto e poco altrove e non aveva nulla in comune con quelle ragazze dai capelli scompigliati e dai maglioni strappati che ascoltavano, da sole, Leonard Cohen nelle camere da letto sui loro futon.

La pochezza dell’inventiva è un po’ di vigilanza immaginata sulla solitudine.

Questo commento era tratto dall’unica recensione che avesse mai letto sul disco di Tim. In Sounds, dell’ottobre 1979. Suo padre la teneva in un album fotografico con vecchie foto e altri oggetti meno importanti della breve carriera di Tim. Tim era il fratello minore di suo padre.

Deke entrò e si risedette.

Ci fu un lungo silenzio.

“Tim non avrà avuto i nastri originali del suo disco da qualche parte?” chiese Baron.

“Le licenze della casa discografica spesso durano tutta la vita”.

“Tutta la vita? Ma la sua è finita”.

“Per sempre, allora.”

Baron si sporse in avanti “Nessuno ha comprato la sua etichetta. Sono andati a gambe all’aria.”

“L’UAI ha comprato il catalogo.”

“Ho visto i documenti di Tim. Non c’è alcun contratto che lo attesti”.

“Bene, questo è un argomento che deve discutere con l’UAI. E’ difficile talvolta per una società verificare la proprietà”. Deke si sporse in avanti guardando attentamente Baron. “E’ sua la proprietà?”

“Sono cari, di solito, originali come quelli?”

“Dipende. Perché?”

“Per nessun motivo.”

“Bene, forse lei avrà la prescrizione dalla sua parte. Ma, sa, è una società molto famosa, le costeranno”.

Baron lo fissava.

“Il fatto dei 5.000 dollari, vede è che quando suo zio è morto ci aspettavamo che ci fosse meno risposta in Giappone. I pezzi intimisti popolari vanno molto, ora, laggiù”.

“L’UAI avrebbe dovuto mandargli un po’ di soldi”, disse Baron. “Almeno ogni tanto un po’ di denaro. Tim era molto depresso alla fine della sua vita.”

“Bene, quali che siano stati i loro rapporti, speriamo di trarre vantaggio dalle nuove tendenze e mettere questa chitarra su una parete del casinò di Tokyo.”

Deke congiunse le mani e si spostò indietro. “Tokyo, sa, è preferibile a Rotterdam.”

Baron teneva in mano l’assegno. “Non posso farlo”.

“E’ qui apposta”.

“Intendo questo.” Sollevò l’assegno.

“Da dove arriva, dal Southwest?”

Deke si alzò e andò alla sua scrivania. Tirò fuori un piccolo libretto di carta rosa, scribacchiando qualcosa. Apri un cassetto ed estrasse una busta.

Baron osservò mentre contava 240 dollari in biglietti da 20.

L’uomo alzò lo sguardo mentre contava. “Biglietto d’andata e ritorno per Iowa City, giusto?”

Arrivò e porse a Rainier il denaro. In cima c’era un lucido coupon per un pasto gratuito al ristorante del casinò.

Baron prese i soldi, l’assegno e il coupon. “Come si esce da qui?”

“L’accompagno io.”

Baron si alzò.

Deke gli tese la mano. “E’ stato un piacere fare affari con lei”.

Baron scrollò il capo a sufficienza per disapprovare. Ma aveva preso il denaro e stretto la mano di quell’uomo.

Uscirono riattraversando la sala d’attesa. Lanciò un’occhiata alla ragazza, ma lei non sollevò lo sguardo.

Giunti all’ascensore, l’uomo premette un codice.

“Ancora una cosa”, disse Baron. “Come ha fatto a sapere così in fretta che fosse proprio la vera chitarra?”

“La foto sul retro del disco”, rispose. “Ho il disco di Tim”.

Baron lo guardò.

“Sono un vero e proprio fan. Sono cresciuto alla fine degli anni Settanta. E’ un gran bel disco. Dà, come dire, una vera emozione crepuscolare.”

“Un’emozione altrimenti difficile per lei da trovare?”

“Non pensi che la rigorosità economica precluda altri sentimenti più complicati”.

“L’ingordigia”.

“Mi spiace che la pensi così”.

“Mi spiace che il disco non le piaccia abbastanza da mantenere la parola”.

“E’ la parola della società, e quella può sempre cambiare. La parola era una cosa una settimana fa, ora è un’altra. Ha avuto i suoi soldi. Lo ha deciso lei questo”.

L’ascensore arrivò.

Baron entrò senza un’altra parola, o uno sguardo indietro. Le porte si chiusero non appena si voltò. Poteva vedere la macchia allungata del suo riflesso nell’acciaio dell’ascensore. La sua mano sentiva l’assenza del peso della chitarra. Tim aveva scritto le sue strane canzoni con la chitarra, ed ora era sparita e la sensazione d’averla venduta ere un’acuta, reale vergogna.

L’ascensore affondava senza sforzo. Attraverso l’altoparlante si sentiva una vecchia canzone, popolare, con il mandolino, e i suoi pensieri svanirono, come se i riverberi delle melodie si fossero portati via tutto il senso di pesantezza e le intenzioni. E per un istante gli parve di comprendere qualcosa di suo zio, dei musicisti in generale, dell’ambivalenza posta dalla responsabilità stellare di una melodia passeggera.

Ma lui non era un musicista, non aveva modo di usare l’ambivalenza. Era un cuoco e proveniva da brutta gente. Tim era l’unico di bell’aspetto—la sua solarità era considerata una disgrazia imbarazzante dalla famiglia, come se la madre di Tim fosse stata stuprata da Ryan O’Neal. E Baron era cresciuto, come la sua famiglia, imbarazzato dall’oscura carriera dello zio—quasi arrivando ad un ripudio costante, fino a quando uno dei fratelli di una moderna casa vicina di un quartiere migliore, pazzo degli Zeppelin e biondo come un pattinatore, gli chiese, con una sorta di contenuto stupore, se Tim fosse veramente suo zio.

Baron fece un cenno col capo come colto in fallo, ma il ragazzo lo aveva invitato a guardare Quadrophenia e Baron aveva provato l’erba, per la prima volta, e ricordava ancora quella notte come una sorta d’iniziazione alla sua incerta ed immensa adolescenza.

Adesso era vicino ai quaranta e prendeva solo peso. Beth aveva lunghe gambe chiare da pin-up e non era attribuibile a niente in particolare. Era venuto a Vegas con un unico scopo, la chitarra come appoggio, ma Beth poteva anche essere una roccia fluttuante nello spazio e anche l’ufficio artefatto era sembrato un freddo e solitario mondo lunare. Ma l’ascensore, sprofondando giù, si percepiva affollato di calore corporeo, della recente presenza di dozzine di altri che erano scesi, ormai lontani.


Da dove nasce l’idea di questo racconto?

Il mio amico Dave Berman mi scrisse per dirmi che la chitarra di Jackson Frank e i suoi primi dischi rari erano in vendita su eBay.

Mi colpì molto.

E’ abbastanza triste.

Ovviamente qualche suo discendente le prese in eredità e decise di metterle in vendita per soldi. La chitarra con la quale scrisse un sacco di fantastiche canzoni, era su eBay. Quello è stato lo spunto per questa storia.

E la ragazza del racconto?

Penso che quando guardo le mie storie sentimentali, mi focalizzo su una cosa specifica di ogni persona. Qualcosa tipo quanto lunghe e bianche siano le gambe di una ragazza mi sostiene per un paio di mesi. Quello può bastare.


BARON IN VEGAS | 1 | 2 |

COMMENTI










“Street performer” is a politically correct way to say “I like to take life one enough-change-to-buy-a-pint at a time.”
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Most of those punky, Ghost World, Emily Strange chicks are so out of place in their costumes they look like that MTV show where parents dress up to spy on their kids.

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